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Antonio Mancini e Vincenzo Gemito: parallele e perpendicolari di due geni, in mostra al Museo dell’Ottocento di Pescara

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Due compagni di scuola, due tredicenni, a Napoli, prima della consacrazione, prima di diventare i più importanti artisti italiani di fine ‘800. Sono due storie che si incontrano, si intrecciano, per poi proseguire parallele, ma mai distanti quelle di Antonio Mancini (Roma 1852-1930) e Vincenzo Gemito (Napoli 1852-1929), testimoniate fino all’11 marzo 2024 dalle 140 opere in mostra presso il Museo dell’Ottocento della Fondazione Di Persio-Pallotta.

Una mostra europea

L’esposizione, che prende i primi due piani dello storico palazzo, è curata da Manuel Carrera, Fernando Mazzocca, Carlo Sisi e Isabella Valente, ed è frutto della collaborazione con numerose collezioni private e istituzioni museali situate su tutto il territorio nazionale (Napoli, Bologna, Milano, Torino, Genova, Modena): un’operazione unica nel suo genere, propria dei più grandi musei europei – come hanno affermato il Sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi e il presidente del Consiglio della Regione Abruzzo Lorenzo Sospiri – e che rende giustizia a due artisti i cui nomi spesso vengono ignorati dalla storia dell’arte e dal grande pubblico. Si tratta quindi di mecenatismo, non di investimento, dalle parole degli stessi coniugi fondatori del museo nel 2021, appassionati collezionisti che hanno deciso di sposare la filosofia di un’arte per tutti, alla portata di tutti, resa concreta attraverso l’esposizione permanente delle opere di proprietà della fondazione e quest’ultima grande mostra.

Un turbolento realismo

La pittura di Domenico Morelli e la scultura di Stanislao Lista ed Emanuele Caggiano contrassegnarono la formazione dei due artisti presso la scuola napoletana; nozioni apprese nell’atmosfera di una città artisticamente cosmopolita, e pronta ad accogliere le più importanti ventate provenienti dall’Europa continentale. Entrambi coltivarono una rappresentazione realista, basata spesso su uno studio dal vero, che già dagli anni ’60 dell’XIX secolo iniziò a presentare i tratti del moderno scandaglio psicologico: la trasposizione somatica e cromatica degli stati d’animo, la rappresentazione naturalista dei “vinti”, del popolino, ma anche di generali, importanti cariche e nobili amicizie. Mancini col pennello e Gemito con i materiali della scultura (bronzo, gesso, terracotta) e del disegno, restituiscono uno spazio umano imperfetto – e umano proprio per questo – dove in pochi hanno il coraggio di gettare l’occhio: basti pensare allo “Scugnizzo”, al “Malatiello” e alle varie riproduzioni di pescatori realizzati da Gemito; o i due prevatarielli e la “Ciociara” di Mancini, opere in cui dimensione personale, sociale e culturale dei soggetti immortalati collidono, e un Velo di Maya viene elegantemente distolto.

Parigi, il disagio psichico e la maturità

Entrambi a Parigi, poi in entrambi la crisi e la fine di quell’amicizia partita così lontano nel tempo. La capitale mondiale dell’arte diede ai due artisti veri stimoli internazionali, e la conoscenza di nuovi modi di concepire l’opera, nonché dei giganti del tempo, i quali ritennero imprescindibile – chi prima chi poi – la visita e il soggiorno del meltinpot parigino. Da qui la conoscenza e l’amicizia, ad esempio, di Vincenzo Gemito con Ernest Meissonier, e le influenze simboliste, metafisiche nella pittura di Mancini, come evidente nel capolavoro “Verità”, uno speciale autoritratto che porta con sé un flusso di coscienza e una metafisica che sembrano anticipare gli esiti surrealisti del primo ‘900. Nella costruzione del loro percorso artistico è tanto gravoso quanto reale citare l’influenza dei disturbi mentali che attanagliarono l’ultima parte della vita dei due: disturbi che portarono addirittura Mancini ad un periodo di permanenza nel manicomio di Napoli (1882-83), e ancora prima, nel 1878, alla fine della loro amicizia, nelle cui dinamiche sono rientrate anche evidenti difficoltà economiche, e soprattutto un acuirsi delle differenze caratteriali, con un «Mancini mite e remissivo» e un «Gemito volitivo e autoritario», come si legge nel testo critico della mostra. Una serie di difficoltà che, a posteriori, hanno reso unica la produzione dei due protagonisti, unico lo scandaglio psicologico che realizzano, unico il loro essere artisti e il loro contributo al nostro modo di vedere l’arte.

Info e contatti

Viale Gabriele D’Annunzio, 128

65127 Pescara (Pe)

+39 085 73 023

+39 334 7033738

info@museodellottocento.eu

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Questo è un articolo pubblicato il 10-12-2023 alle 09:32 sul giornale del 11 dicembre 2023 - 96 letture






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