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“Gli alberi muoiono in piedi”: il dramma contemporaneo di Sebastiano Sofia in mostra all’ ƎMERGE Project Space

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«Ho imparato che la foresta, pur vivendo dello sbranarsi e inghiottirsi continuo di animali e vegetali, è governata da una legge: la forza che non sa fermarsi in tempo, bisonte o uomo o condor, fa il deserto intorno e ci lascia le cuoia»*. “Gli alberi muoiono in piedi”, la mostra personale dell’artista veneto Sebastiano Sofia, porta all’ƎMERGE Project Space la selva del perturbante contemporaneo. Una grande installazione in cartongesso e quattro ritratti sono il frutto del periodo di residenza d’artista che ha preceduto l’esposizione, visibile fino al 14 gennaio 2024.

La penna di Calvino, da cui arriva la citazione, spesso dà vita a mondi magici, fantastici, ma dalla subdola consistenza drammatica: selve rigogliose e verdeggianti, ma dall’aria inqueta, e il terreno smosso da un serpeggiante sospetto. Sofia quest’inquietudine non la nasconde: la mostra nuda, senza pudore, in tutto il suo caos e la sua violenza. Nell’opera principale, monolitica, che conquista la prima sala, la confusione drammatica prende la forma di una foresta d’ombre; alberi, rami, fronde scure che si sovrappongono a figure antropomorfe – o così crediamo di vederle – dai tratti ignoti, e in cui le braccia, al cielo come quelle di spiriti infernali, rendono complesso distinguere ciò che è vegetale da ciò che è umano. Alberi e uomini si uniscono in questa danza disordinata, angosciante, sovrabbondante. Perché alberi e uomini, o quello che ne rimane, hanno lo stesso destino, lo stesso tragico destino, se indossiamo le lenti dell’ecologismo e guardiamo alla realtà; e la dimensione intima, esistenzialista insita nel titolo della mostra porta al parallelismo tra le dinamiche del mondo botanico e la mistificazione umana della nevrosi, che però buca come un tarlo il legno dei nostri organi, e continuiamo a camminare, a restare in piedi, facendo finta di non essere caduti da tempo.

Gli uomini-ombra della tavola sono poi estratti e analizzati singolarmente in quelli che l’artista definisce come veri e propri autoritratti: piccoli fogli di carta sul muro che non si conformano al candore della stanza e incarnano il tetro, il subdolo, il malvagio. Figure vaghe, abbozzate, dal disegno frettoloso – o nervoso – perfettamente allineate con l’ecosistema dell’opera principale, in rapporto alla quale rivelano la loro capacità di analisi antropologica, andando al di là della semplice espressione di uno stato dell’autore.

Il terreno di cartongesso su cui le ombre umane e vegetali coesistono e mettono in atto la loro danza sofferta è rotto da squarci che sostituiscono gli occhi delle figure, e dalle erosioni sparse del materiale. Come si legge nel testo critico di Maurizio Viceré, l’artista ha dato forma al vuoto, l’ha reso sostanza e l’ha usato come colore sulla sua opera. Evidente poi come vuoti e interruzioni si realizzino nella violenza, nella fisicità e nell’istintualità, come tutto l’insieme dei tratti, assimilabili a uno sfogo rabbioso: linee incisive, calcate, dettate da vero carbone o carboncino. Caos violento che si rivela però solo esplorando la stanza e cogliendo ciò che al primo sguardo si nasconde. Sul retro del cartongesso gli alberi si fanno candidi, e le ombre, da umane, si fanno bestiali, feroci: il trionfo di un mostro astratto sugli uomini, sul nostro destino, o loro destino, perché lontani, da quando di umano non c’è più niente, e il resto della natura, indifferente – sotto uno sguardo leopardiano – ha vinto la guerra.

* da “Storia della foresta che si vendica” ne “Il castello dei destini incrociati”, Italo Calvino (Mondadori, 1994)

ƎMERGE Project Space

Via Tiburtina Valeria, 75, Pescara

347 089 8354

Instagram: @emerge_project_space

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Questo è un articolo pubblicato il 08-12-2023 alle 23:13 sul giornale del 09 dicembre 2023 - 126 letture






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