Battuto nel derby, il Lanciano ‘va in cascetta’. Bjarnason si scusa con gli avversari (ma non c’era bisogno)

4' di lettura 27/04/2015 - Per i non-pescaresi: ‘andare in cascetta’ è una locuzione che indica la tendenza ad adirarsi di fronte a presunti torti subiti. E’ proprio questo ciò che è accaduto ai cugini lancianesi: perduto il derby sul campo, e costretti per l’ennesima volta ad ingoiare il rospo dopo gli arditi propositi di ‘sorpasso’, i frentani si sono lanciati all’assalto con una serie di recriminazioni stucchevoli. (foto da pescaracalcio.com)

Dalla presunta irregolarità del gol di Bjarnason ad altre decisioni contestate dell’arbitro Pairetto, le ore successive alla disfatta lancianese sono segnate da un profluvio di dichiarazioni di allenatore e dirigenti che lasciano letteralmente di stucco chi ha visto la partita.

Lasciando stare il fatto che il gol dell’islandese è regolarissimo (la moviola mostra chiaramente come l’azione sia viziata da un fallo di Conti, con l’arbitro che ha concesso il vantaggio ai biancazzurri), così come sono più che legittime entrambe le espulsioni, non si spiega come un allenatore solitamente ragionevole come Roberto D’Aversa a fine gara si sia lasciato andare a dichiarazioni decisamente fuori luogo.

Il grido di dolore del tecnico della Virtus si alza subito dopo il triplice fischio nella sala stampa del Biondi: “La mia squadra ha fatto il 55% di possesso palla contro il 45% del Pescara, ha fatto 14 tiri contro i 5 del Pescara di cui ben 6 nello specchio rispetto all’unica conclusione dei biancazzurri. Sono dati oggettivi, ma il risultato non riflette quanto visto in campo. Per quello che il Lanciano ha fatto vedere, ci sarebbe andato stretto anche il pari”.

Non sempre chi ha il 55% del possesso palla vince le partite, e questo un uomo di calcio esperto come D’Aversa dovrebbe saperlo benissimo. C’è chi ha vinto finali di Champions league facendo un solo tiro in porta e con dati sul possesso ben più bassi.

Sorvolando sulla circostanza che sin dal primo minuto più che giocare i rossoneri non hanno fatto altro che lamentarsi continuamente con l'arbitro, significativo è l’episodio che ha visto protagonista Birkir Bjarnason: dopo essere stato insultato per tutta la partita, al momento del gol l’islandese ha esultato allargando le braccia, subito coperto dall’abbraccio dei compagni. Le riprese parlano chiaro: nessun cenno polemico, nessuna corsa provocatoria, niente di niente. “Birkir era lì – commenta un tifoso sulla pagina facebook del Delfino - di fianco alla porta, dopo aver segnato una rete importantissima: cosa doveva fare? Tornarsene mestamente a centrocampo? Difficile ipotizzare un’esultanza più contenuta di quella...”

Come se non bastasse, da gran signore qual è, il centrocampista a fine gara è andato perfino a chiedere scusa alla curva lancianese, con un gesto che è stato apprezzato anche dall’imbufalito tecnico locale. Ma ce n’era davvero bisogno? Dov’era la provocazione? Forse i tifosi del Lanciano pensavano che l’islandese subito dopo il gol fosse in grado di smaterializzarsi, oppure avrebbero preferito che se ne tornasse in silenzio a centrocampo. Ma Birkir a fine gara ha mostrato a tutti come si comporta un campione, dimenticando gli irripetibili insulti piovuti dal primo minuto e alzando il braccio in segno di scusa: lezioni di classe allo stato puro.

Dopo che da mesi i cugini andavano sbandierando un possibile cambio al vertice nelle gerarchie calcistiche regionali, la sensazione è che al Lanciano la sconfitta non sia andata proprio giù, visto che, tra l’altro, il ko interno segna anche il malinconico addio alla corsa ai playoff.

Al danno della sconfitta si aggiunge la beffa, visto che il conto da pagare alla giustizia sportiva per Mammarella e soci sarà pesantissimo. Oltre alle squalifiche inflitte a Cerri (2 turni), Conti, Aquilanti e lo stesso Mammarella, alla società è stata comminata una multa da 10mila euro, con tanto di inibizione per il vicepresidente Guglielmo Maio dopo gli attacchi all’arbitro Pairetto. Visti i precedenti, ce ne sarebbe abbastanza, temiamo, per teorizzare un possibile ‘complotto ai danni della squadra e della società’. Ma questo forse sarebbe fin troppo anche per chi, con tanta facilità, è finito clamorosamente ‘in cascetta’.






Questo è un editoriale pubblicato il 27-04-2015 alle 12:47 sul giornale del 28 aprile 2015 - 792 letture

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