Storia abruzzese: 25 aprile, Eroi per la memoria

12' di lettura 24/04/2015 - Dopo l’armistizio, annunciato l’otto settembre del 1943, i tedeschi predisposero quella lunga linea difensiva entrata nella storia con il nome Gustav che si prolungava dal Tirreno all’Adriatico nelle zone più strette dell’Italia centrale per contrastare efficacemente l’avanzata degli alleati lì dove il territorio geografico, montano ed impervio, rendeva più difficile il passaggio dei mezzi corazzati.

Dalla foce del Garigliano fino ad Ortona con Montecassino dominante per ostacolare l’ingresso a Roma e lungo il corso del fiume Sangro fu tutta una linea di sangue, morte e distruzione dei comuni occupati. Le popolazioni costrette a sfollare oltre le retrovie, le stragi per le comunità che non obbedivano o cercavano di proteggere i pochi beni rimasti, le rappresaglie immotivate contro gente inerme. L’Abruzzo fu la terra maggiormente colpita, innumerevoli le località distrutte e le uccisioni singole e di massa: Gessopalena, Torricella Peligna, Castel di Sangro, Pietransieri, Ortona, Capistrello, Onna, Filetto… tutte nei libri di storia e nella memoria. Particolarmente efferata, la distinzione è meramente astratta e valga come esempio, fu la strage a Pietransieri, frazione di Roccaraso. Il 30 settembre 1943 a Sulmona e nei maggiori centri dell’Alto Sangro venne affisso un manifesto che tra l’altro così recitava:

Questo paese per esigenze di guerra deve essere distrutto. La popolazione è invitata a lasciare il paese entro le ore 12 del giorno 21 ottobre 1943. La popolazione potrà portare solo qualche indumento indispensabile e dovrà recarsi verso Sulmona. Dopo la predetta data ed ora, tutti coloro che si troveranno ancora in paese o sulle montagne circostanti saranno considerati ribelli e ad essi sarà riservato il trattamento stabilito dalle leggi di guerra dell’esercito germanico. 30 settembre 1943. Firmato: Kesserling.

Molti obbedirono, altri si rifugiarono in montagna per unirsi ai partigiani della Brigata Maiella, ma in tanti decisero di non allontanarsi per salvare il possibile. Il 7 novembre i tedeschi intimarono lo sfollamento a Pietransieri e gli abitanti rimasti si rifugiarono a Limmari, nome derivante dai proprietari del luogo, a cinque chilometri dal paese, zona di pascolo e di masserie. Da Pietransieri iniziarono i giorni della strage. Il 21 novembre incominciò il rastrellamento tra le cascine e i poderi. Una violenza inaudita, alla fine della giornata, una domenica, si contarono 110 corpi straziati tra bambini, donne, anziani che insieme alle vittime dei giorni precedenti fecero I 128 di Limmari dal titolo di un servizio speciale trasmesso dalla Rai il 21 settembre 1967 a cura dell’abruzzese Pasquale Scarpitti che già aveva vissuto direttamente la distruzione di Castel di Sangro. Un’unica sopravvissuta a Limmari, Virginia Macerelli, rimasta sotto il corpo senza vita della madre, coperta dallo scialle che la mamma le aveva buttato addosso in un ultimo tentativo di difesa. Virginia, nata nel 1936, racconta ancora il martirio della sua gente ( in Terra di libertà, a segg.).

Molti i libri che raccolgono le vicende di guerra in terra d’Abruzzo, ma pochi quelli che danno nome e Storia a donne e uomini pronti al sacrificio pur di aiutare, nascondere, ospitare l’altro italiano o straniero, ebreo o anglicano o cattolico, senza distinzione di razza, perseguitato, ricercato, inseguito, fuggito dai campi d’internamento dopo l’otto settembre. Uomini in fuga dai tedeschi, nomi noti e non alla ricerca di un po’ di cibo, di un nascondiglio, di un percorso da seguire verso la salvezza in territori completamente sconosciuti. Allora porte che si aprono, comunità che accolgono, rifugi che si creano, le poche cose rimaste che si spartiscono. Il nemico di ieri da salvare con il rischio consapevole di un proprio annientamento da parte dei nazisti o di sempre nascosti conniventi.

Due testi tra i pochi, per ricordare gli eroi, i martiri senza Storia, le donne e gli uomini arrivati fino a noi grazie a frammenti di memoria: il primo lontano nel tempo, quasi sicuramente il primo, l’altro di questi nostri giorni.

A guerra appena conclusa la storica casa editrice Carabba di Lanciano stampò un libro di Corrado Colacito Sotto il tallone tedesco. Cronaca di un paese d’Abruzzo che l’autore aveva già terminato l’anno prima, nell’agosto del 1944. Il volume ha avuto una nuova edizione nell’aprile del 2005 a cura dell’aquilana Textus. Colacito, spirito non conformista, “giramondo per sangue e vocazione”, autore di numerose pubblicazioni di carattere storico-geografico, passò parte della sua vita a Caramanico, piccolo paese della terra d’Abruzzo, “a Caramanico era affezionato in maniera profonda…era il suo paese e lo sarà sempre.”, così lo ricorda il figlio Gianfranco nella Premessa alla nuova edizione.

La testimonianza delle atrocità commesse dalle truppe tedesche e il valore singolo e d’insieme di una popolazione così ha il suo incipit: “Caramanico, tranquillo paese d’Abruzzo, è stato durante il periodo dell’occupazione tedesca, teatro di singolari avvenimenti che sarebbe ingiusto far cadere del tutto in oblio. Giudicato reo di aver largamente ospitato i prigionieri di guerra che, dopo l’otto settembre, erano fuggiti dai campi di concentramento, il paese che, per malaventura, si trovava nelle immediate retrovie, fu per circa dieci mesi, sottoposto ad ogni sorta di soprusi e di vendette e parecchi caramanichesi pagarono con la vita la loro umana, fraterna opera di soccorso a chi domandava pane e asilo…”.

Seguono dieci mesi di cronaca caramanichese, dal settembre 1943 al giugno del 1944, dalla fuga di trecentosessanta prigionieri angloamericani dal campo di concentramento di Acquafredda vicino a Roccamorice alla protezione offerta a coloro che arrivarono a Caramanico da parte della popolazione: “E pensare che fino a ieri erano nostri nemici!”. Poi episodi singoli e collettivi, l’asilo dato presso casolari abbandonati, il numero dei prigionieri provenienti da altri campi che aumenta sempre di più, le provviste alimentari sempre più scarse, le popolane incuranti del pericolo che distribuiscono ceste piene di viveri ai prigionieri nascosti nelle grotte perché: “Ho anch’io un figlio…”, le truppe angloamericane annunciate che non arrivano e…la rappresaglia tedesca anche per delazione di loschi figuri.

Così il libro si chiude: “Il 18 giugno 1944, cioè otto giorni dopo la fuga dei tedeschi, Caramanico ha commemorato i suoi morti. Dopo una breve cerimonia religiosa, una lapide posta sulla facciata del palazzo comunale…è stata scoperta al pubblico”. Seguono le parole incise e i nomi non illustri dei martiri di una piccola comunità che non ha conosciuto da parte nazista alcun sentimento di pietà. Naturalmente non solo una lapide perpetua il ricordo!

Una cartolina postale che riportiamo integralmente, proveniente dall’Archivio Colacito, testimonia il valore di questo piccolo libro:

Napoli, 26. VI. 48
Caro Sig. Colacito,
grazie massime del volumetto, che lessi immediatamente, anzi divorai, desideroso di apprendere come da vicino e con particolari quanto accade in quei mesi del 43 – 44 in Abruzzo, che ebbe ripercussioni dolorose in me lontano o mi fu frammentariamente riferito da miei parenti d’Abruzzo che vennero profughi in casa mia. Spero che per altri luoghi della regione siano state raccolte testimonianze degli avvenimenti. Mi abbia con molti saluti.
Suo
B. Croce

Questa cronaca divenne narrazione nel racconto Seme di Laudomia Bonanni, inserito nel libro Il fosso e che rivelò l’esordiente scrittrice abruzzese alla critica letteraria e al pubblico dei lettori aggiudicandosi il Premio “Amici della domenica” del salotto Bellonci nel 1948 a cui si aggiunse nel 1950 il Premio “Bagutta”. La Bonanni visse per lunghi periodi a Caramanico ed era la sorella di Maria Luisa, moglie di Corrado Colacito!

Poi l’altro libro più vicino a noi. Gran bel titolo, significativo e metaforico insieme Terra di libertà curato da Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta per le Edizioni Tracce – Fondazione Pescarabruzzo, Pescara, dicembre 2014. Terra dell’Abruzzo interno, dei borghi, dei villaggi sperduti tra le montagne, di una geografia aspra e non sempre benigna, terra di guerra, della linea Gustav, di atrocità, di lacrime e sangue, di distruzioni e morte nella seconda guerra mondiale. Terra di libertà, di volti senza nome, di eroi senza Storia, di donne e uomini arrivati fino a noi grazie a frammenti di memoria, di cibo scarso e condiviso, di eremi e grotte, di capanne e fienili, di sottotetti e di rifugi improvvisati. Terra di giovani ed anziani, di pastori e cacciatori, di laureati e contadini, di sarte e muratori, di tanti altri ancora pronti al sacrificio pur di aiutare, rispondendo ai principi di umana solidarietà. Terra di resistenza civile e resilienza, come Nicola Mattoscio ha evidenziato nella Presentazione, alla violenza nazista cieca e dissennata, alle stragi gratuite nei paesi e nei villaggi, alla terra bruciata, agli esili e alle deportazioni di massa. Trentacinque testimonianze di personaggi famosi e non, costituiscono il mosaico di questo testo con storie di donne e di uomini dal denominatore comune: la libertà “aspirazione e traguardo di ogni protagonista, in un tempo in cui la libertà era perseguitata, martoriata, assassinata”, come sottolineano gli autori.

Un libro in cui avviene il “contatto tra culture lontanissime tra loro, divise non soltanto dalla lingua, ma anche da una distanza sociale, tra membri della borghesia di società allora molto avanzate rispetto all’Italia e tra i più poveri di un paese arretrato”, così Elena Aga Rossi nell’Introduzione. Tutti coinvolti nella tragica esperienza della guerra.

Ecco allora i fuggitivi dai campi d’internamento dopo l’armistizio, i martiri delle contrade, gli intellettuali al confino o nelle galere, con le loro storie narrate direttamente o gelosamente nascoste e ritrovate, i parenti e gli amici che tornano nei pellegrinaggi della memoria, mani che si stringono, ricordi che si rinnovano in questa terra di libertà. Carlo Azeglio Ciampi, riparato in Abruzzo, e il macchinista (neppure il nome è rimasto) che rallenta il treno alla stazione di Anversa per permettergli di saltare giù senza essere visto; il filosofo Guido Calogero, confinato a Scanno, e le donne della Valle del Sagittario “che andavano al mulino per macinare il grano, lasciavano un pugno di farina perché servisse a sfamare i prigionieri fuggiaschi” e il pastore di Anversa Michele Del Greco fucilato dai tedeschi per l’aiuto dato agli ex internati e la sarta di Sulmona Iride Imperoli Colaprete, “organizzatrice dell’assistenza ai prigionieri liberati dal campo della Badia”, sopravvissuta alla rappresaglia; l’inglese John Furman, narratore prezioso nel libro Be Not Fearful, “una vita da fuggiasco tra Sulmona e Roma”, scappato dal campo di concentramento di Fonte d’Amore (Sulmona) aiutato da due anonimi soldati austriaci, Hans e Fritz, a fuggire di nuovo dopo essere stato ripreso e nascosto in casa dalla famiglia Valeri di Sulmona con Iride Imperoli “ambasciatrice” presso il Vaticano e la retata a Sulmona di numerosi soccorritori con successive condanne di prigionia e di morte; Virgilia Macerelli, la sopravvissuta all’eccidio di Pietransieri e la sua tragica memoria “…Tutti strillavano. La prima volta che hanno cominciato ad uccidere, che urli si sentivano! Poi è rimasto solo silenzio. Non si sentivano neanche più gli uccelli. Niente! Non si sentiva niente. Tutto il mondo era silenzio.”; Domenico ed Elisa Silvestri, guide indispensabili per i fuggitivi al fine di raggiungere il comando alleato a Casoli valicando in pieno inverno il Guado di Coccia sulla Maiella… ma molti rimangono tra la neve; Walter Leslie Jagger e William Pusey, fuggiaschi sulle montagne del Sirente e il loro angelo protettore, un ragazzino dodicenne, e successivamente William incontra anche l’amore; l’internata ebrea Maria Eisenstein e la sua testimonianza in un diario “l’angoscia di ogni ebreo…fotografia di personaggi, diario di vita quotidiana”; Leone e Natalia Ginzburg, famiglia nota di intellettuali, Leone morto a seguito della tortura nazista, confinati a Pizzoli, paese dell’aquilano, e gli ottimi rapporti con la popolazione locale e un oscuro muratore poi divenuto deputato del P.C.I., Vittorio Giorgi, “…un amico lungamente atteso”; John Verney, artista e scrittore, catturato dai tedeschi in Palestina, rinchiuso nel campo n. 21 di Chieti, successivamente trasferito al campo n. 78 di Fonte d’Amore, fuggito da un treno durante la deportazione in Germania, testimone straordinario e autore di una lettera per i contadini che l’avevano aiutato “Forse la più coinvolgente e la più bella delle opere scritte dagli ex-prigionieri di guerra in Abruzzo”; Stann Skinner, sopravvissuto al terribile bombardamento della stazione de L’Aquila prima di essere deportato in Germania e il suo libro Sulmona and After (Sulmona e dopo) dove racconta la disperata fuga sul monte Morrone e l’aiuto ricevuto a Roccacaramanico dalla gente del luogo “…vivemmo davvero in un mondo di sogno per tre settimane”.

Sono alcune delle testimonianze, altre non riportate ma tutte da leggere!

Terra di libertà chiude le sue pagine con l’intervista di Maria Rosaria La Morgia a Carlo Troilo sulla storia della Brigata Maiella e sul padre Ettore Troilo, la sola formazione partigiana in Italia ad essere riconosciuta come “reparto irregolare” dagli stessi alleati, onore e gloria del nostro Abruzzo.

Queste Storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale, insieme alla Cronaca di un paese d’Abruzzo costituiscono uno dei pochi scritti che rievocano l’impegno, la dedizione, le tragedie di popolazioni che, annullando ogni ideologia e pensiero politico, aprirono le proprie case, offrirono le proprie scarse cose a coloro indicati fino al giorno prima i nemici da annullare. Testimonianze singole (molti preferirono cercare di cancellare dalla memoria, tornati a casa, le proprie tragiche esperienze) e collettive che inseriscono eroi e martiri senza volto nei libri della Storia.

Per gentile concessione di “Rivista Abruzzese” n°2, in uscita il prossimo 15 maggio.






Questo è un articolo pubblicato il 24-04-2015 alle 11:35 sul giornale del 27 aprile 2015 - 745 letture

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