BOOKS AND THE CITY - "Sembrava un incidente" di Cristina Brondoni, il crimine al netto dell'inganno

11/09/2018 - Torna dopo la pausa estiva la rubrica "Books and the city", in collaborazione con Aras Edizioni. Ogni due martedì la presentazione di un nuovo libro. La formula scelta è quella dell'intervista all'autore. L'obiettivo: continuare a fare cultura e promuovere la lettura.

LA TRAMA
Lo si legge negli articoli di cronaca, lo si incontra nei film e nelle serie tv, nei romanzi thriller e nei gialli di Agatha Christie. Lo Staging è la messinscena attuata da un omicida per coprire il suo crimine. Può averlo premeditato o improvvisato. In base alle sue capacità, esperienze, alla sua idea di come dovrebbe presentarsi un suicidio o un incidente, appronterà di conseguenza la scena. Il volume spiega questo fenomeno, i modi in cui lo si trova sulle scene del crimine, i profili criminologici degli autori, le eventuali connessioni con la fiction. Si
offre inoltre una panoramica dello Staging analizzando quaranta omicidi in cui la messinscena ha fatto inizialmente credere agli investigatori che fossero suicidi, incidenti o morti naturali.

L’AUTRICE
Cristina Brondoni è giornalista dal 1996, una laurea in Lettere, una in Criminologia e un master in Criminologia forense. Ha una rubrica sul mensile Armi&Balistica. Ogni tanto va in tv a parlare di omicidi. Fa docenze sull’analisi della scena del crimine. Ha scritto il saggio Dietro la scena del crimine sul gap degli omicidi tra fiction e realtà. Insieme all’ex comandante dei Ris, Luciano Garofano, con cui collabora in qualità di consulente in casi di omicidio, ha scritto il manuale scientifico Il soccorritore sulla scena del crimine. Vive a Milano con marito e due gatte. Ed è vittima della serialità televisiva.

Intervista in anteprima: il libro sarà in libreria da lunedì 17 settembre.

“Sembrava un incidente. Staging sulla scena del crimine” è il dodicesimo volume della collana Urbinoir. Si stacca un po’ dai precedenti e apre le porte alla criminologia. Entriamo subito nel vivo: quali tipi di scene del crimine esamini e perché? Cos’è dunque lo staging?
Mi occupo di suicidi, omicidi e morti sospette. Intervengo, come consulente, quando qualcosa non è chiaro. O quando è tutto troppo chiaro. Lo staging è la messinscena sulla scena del crimine: l’omicida che vuole restare impunito per il reato commesso, può inscenare un incidente o il suicidio della vittima. Se ha pensato allo staging prima di uccidere, può essersi procurato una corda, per esempio per inscenare un suicidio con impiccamento. Oppure può semplicemente che l’omicidio sembri quello che è: un omicidio. Ma magari, sulla scena, ha aggiunto o tolto qualcosa: può avere tolto le sue impronte digitali o può avere aggiunto il disegno di un teschio sul muro, giusto perché la pista satanica è sempre piuttosto gettonata.

Scorrendo le pagine vedo titoli piuttosto curiosi, in questo libro ce n’è davvero per tutti i gusti: dalla crime fiction delle serie tv - che oggi spopolano e di cui tu stessa ti dichiari vittima - alla più tristemente famosa cronaca nera nazionale, dai crimini VIP - se così li vogliamo chiamare -all’alibi di ferro. Anticipiamo al lettore qualche curiosità imperdibile che troverà nel libro…
Sono decisamente vittima delle serie tv. Ma tant’è. La commistione tra fiction e realtà, quando si parla di staging, è da tenere in considerazione. Lungi da me demonizzare la tv, che anzi è un mezzo incredibile, ma è fondamentale che chi lavora con le persone, soprattutto se sono persone coinvolte in un crimine, sappia cosa passa in tv e conosca i gusti della persona di cui si sta occupando. Avvocati, psichiatri, psicologi hanno a che fare con le persone e spesso dimenticano che del loro background fa parte anche la tv. Mentire può essere difficile. Ma mentire raccontando una storia vista in tv, e quindi vissuta emozionalmente, è piuttosto facile.

Nella tua biografia leggo che sei collaboratrice di Luciano Garofano, che peraltro ha firmato la prefazione, e che ti diletti in qualche comparsata televisiva a discutere di crime! Quali sono dunque i casi che hanno catturato maggiore attenzione mediatica e sui quali sei stata chiamata ad intervenire e quali invece hanno catturato di più la tua di attenzione in termini professionali?
I casi sono tutti interessanti, senza dimenticare che le vittime, come Marco Vannini del cui omicidio mi sono occupata da consulente, meritano giustizia. Il suicidio di una signora, anni fa, con una sega circolare, mi lasciò molto perplessa, ma fu comunque archiviato come suicidio: davvero strano, ecco. Resto sempre piuttosto dubbiosa anche sugli incidenti, soprattutto quelli domestici: difficilmente viene aperta un’indagine. E poi, si sa, gli incidenti accadono.

Questo libro, diciamolo, ha il pregio di essere leggibile da qualunque appassionato che starà incollato alle pagine dalla prima all’ultima. Ma, se non sbaglio, il tuo intento è quello anche di tracciare un modus operandi utile a chi fa indagine per poter meglio smascherare eventuali staging. Cosa dovrebbe dunque assolutamente fare o non fare un detective?
Un detective dovrebbe vedere non solo con gli occhi e sentire non solo con le orecchie. Mettersi in ascolto, osservare. Purtroppo in Italia la formazione delle forze di polizia è drammaticamente arretrata rispetto al resto del mondo. Ma questo non è una scusante per non fare indagine o per farla male. Come prima cosa va abbandonato il metodo “a domanda risponde”: offre il punto di vista dell’investigatore sull’indagine e aiuta i malviventi. Soprattutto se hanno fatto staging.







Questa è un'intervista pubblicata il 11-09-2018 alle 19:39 sul giornale del 12 settembre 2018 - 389 letture

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