BOOKS AND THE CITY - "L'arcipelago delle spezie" di Vladimiro Lecca: viaggi immaginari verso una nuova umanità

18/07/2018 - Prosegue la nuova rubrica "Books and the city", in collaborazione con Aras Edizioni. Ogni due martedì la presentazione di un nuovo libro. La formula scelta è quella dell'intervista all'autore. L'obiettivo: continuare a fare cultura e promuovere la lettura.

IL LIBRO
Personaggi dalle vite tormentate vivono in questa raccolta di racconti il cui filo conduttore è il viaggio verso isole immaginarie in una fuga dalla nostra civiltà, alla ricerca di una condizione umana migliore. Fra conquiste e sconfitte, gratificazioni, drammi, finali positivi o tragici, le loro storie sono un invito a non acquietarsi mai in un’esistenza piatta, a interrogarsi su se stessi anche quando ciò è doloroso, a scoprire il mondo, a ricostruire la propria esistenza arricchendola di umanità in ogni sua fase.

L'AUTORE
Vladimiro Lecca è nato in Sardegna, ha vissuto a lungo in Africa e ora vive a Roma. Ha lavorato a lungo nella cooperazione con i paesi in via di sviluppo e nel commercio estero. Da sempre viaggia in Italia e all’Estero per ragioni professionali e personali. Ha pubblicato alcuni racconti brevi in antologie edite da piccoli editori. Ha partecipato ad alcuni concorsi letterari per racconti inediti, ottenendo due menzioni speciali, al concorso “Scritti sulla sabbia”, edizione 2015 promosso dall’associazione “Immagina 2011” di Gaeta e al concorso “Città di Fermo”, edizione 2016. L’Arcipelago delle Spezie è la sua prima raccolta di racconti.

“L’arcipelago delle spezie”: questo il titolo del suo libro. Dove si trova questo arcipelago? E soprattutto, che cosa rappresenta?
L'arcipelago delle spezie è di pura fantasia, anche se nel libro viene idealmente collocato in un punto imprecisato dell'Oceano Indiano. Il suo nome e la posizione geografica rappresentano ogni isola remota in tutti gli oceani ed i mari, soprattutto quelle maggiormente avvolte da storie, leggende e misteri. Oggi l'isola viene spesso rappresentata come meta ideale di vacanza (soprattutto esotica) e quindi in una luce quasi idilliaca. Nei miei racconti le isole sono luoghi di bellezza ma anche di vita dura, di sacrifici e di tragedie. C'è tuttavia un filo di umanità e solidarietà che pervade questi luoghi e che attira i viaggiatori.

La quarta di copertina precisa che “personaggi dalle vite tormentate vivono in questa raccolta di racconti il cui filo conduttore è il viaggio verso isole immaginarie in una fuga dalla nostra civiltà, alla ricerca di una condizione umana migliore.” Ci racconta una di queste vite?
Sì, effettivamente i quattro protagonisti dei racconti cercano nelle isole un'alternativa alle loro vite tormentate e segnate da fatti importanti, spesso tragici. La protagonista del racconto che dà il titolo al libro, Maria Da Luz, è una ragazza che ha i nonni di quattro origini diverse; è nata in un arcipelago reale, São Tomé e Principe, è una mulatta con gli occhi azzurri che potremmo definire genericamente di sangue misto ma soprattutto è portatrice di una cultura ricca, con molte sfaccettature. Pur essendo nata in una famiglia benestante di coloni, non è insensibile al contesto di miseria e sfruttamento che la circonda. A causa delle vicissitudini della propria famiglia parte a 11 anni per il Portogallo ma vi si tratterrà solo per una fase transitoria. I suoi tormenti interiori, le circostanze della vita e un'incredibile coincidenza segneranno il suo destino e così a 27 anni parte per l'Arcipelago delle spezie dove, fra numerose traversie, approderà in un “porto sicuro” e troverà una sua nuova dimensione.

Lei è stato ed è un viaggiatore, come lei stesso dice, da ben 40 anni. Esiste in qualche modo una connessione tra il suo libro e la sua storia personale, ciò che ha visto e vissuto viaggiando negli anni?
Nessuno dei racconti è autobiografico, ma è inevitabile parlare di sé anche quando si scrive di luoghi e personaggi immaginari. Anche io sono nato in un'isola, la Sardegna, e ho sempre avuto davanti agli occhi un'isoletta minuscola ma imponente, Tavolara, che emerge prepotentemente dal livello del mare e domina obbligatoriamente l'orizzonte con la sua mole rocciosa. Sono partito a 24 anni, ho viaggiato e abitato in altri paesi e soprattutto in Africa e oggi vivo a Roma. Ho sempre vissuto con l'interrogativo partire/ritornare e sono costantemente immerso in questo conflitto dell'anima. Dopo aver scritto, letto e riletto i racconti, mi sono reso conto che, pur non essendoci direttamente in nessuno dei personaggi, c'è invece in essi molto della mia sfera emotiva.

La scrittura è un viaggio, come diceva Emilio Salgari: “Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”. In un momento storico nel quale tutto è immediato e poco spazio è lasciato alla fantasia, quanto è importante continuare a scrivere, raccontare e ascoltare storie?
Oggi c'è una certa tendenza a dimenticare la storia e vivere al presente, con tutte le incertezze del futuro. Anche i viaggi sono resi meno emozionanti dalla conoscenza previa. Prima di viaggiare ci documentiamo dettagliatamente e quindi svanisce o si attenua il gusto della sorpresa. Il grande Salgari non aveva mai viaggiato e aveva descritto magistralmente oceani, mari, isole, arcipelaghi e i loro eroi. Certamente la copiosa informazione scritta e visiva di cui disponiamo è molto utile ed allarga le possibilità di conoscenza; io sono cresciuto ascoltando molti racconti tramandati per via orale e ciò mi ha trasmesso la passione per una scrittura che si muove a cavallo fra la realtà e l'immaginazione. Credo che alle nuove generazioni dobbiamo continuare a somministrare storie come quelle raccontate da Omero, Dante, Defoe, Cervantes, Salgari, Verne e tanti altri grandi che ci hanno arricchito la fantasia e fatto sognare con storie fantastiche.

L’isola. Che cosa rappresenta questa dimensione e come si può spiegare a chi isolano non è?
Non è facile esprimere la particolare condizione dell'animo di chi è nato in un'isola, soprattutto quelle più piccole; premetto che in molti casi ci sono condizioni di “insularità” anche in terraferma, in contesti abbastanza chiusi per ragioni geografiche o storiche o culturali. Il senso del mare che circonda gli isolani, delle imbarcazioni che hanno rappresentato – uniche fino all'avvento del traffico aereo – il canale obbligato di collegamento con il resto del mondo e tutti i riti delle partenze e degli sbarchi hanno contribuito a sviluppare tratti caratteriali particolari. Negli isolani l'attaccamento alla terra è ancora più forte e allo stesso tempo è altrettanto pressante la voglia di partire, scoprire e conoscere seguita inevitabilmente dal desiderio di tornare: una sorta di attaccamento e repulsione allo stesso tempo, come una malattia che la figura di Ulisse esprime perfettamente in quel capolavoro dei racconti di viaggio che è l'Odissea. Da poco tempo è stato persino coniato il neologismo “isolitudine” che il compianto poeta cubano Guillermo Cabrera Infante ha definito “condizione di attaccamento e isolamento tipica dei sardi, dei siciliani, dei cubani, degli inglesi, dei corsi e degli abitanti di tutte le isole”.





Questa è un'intervista pubblicata il 18-07-2018 alle 17:12 sul giornale del 19 luglio 2018 - 311 letture

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