BOOKS AND THE CITY - "Racconto il coraggio dei terremotati": intervista a Matthias Canapini

Matthias Canapini 03/07/2018 - Nuovo appuntamento con la rubrica "Books and the city", in collaborazione con Aras Edizioni. Ogni due martedì la presentazione di un nuovo libro. La formula scelta è quella dell'intervista all'autore. L'obiettivo: continuare a fare cultura e promuovere la lettura.

LA TRAMA
Un terremoto ha inizio nel momento in cui finisce. A volte ci sono guerre silenziose che si combattono senza armi, cannoni né eserciti in campo, drammi che si consumano lentamente, sotto casa, come un tarlo che scava nel legno cavilloso. Senza retorica, il libro racconta l’umanità ferita dal terremoto del 2016 oltre i numeri, le macerie, le cravatte e i bei discorsi in Tv, accendendo i riflettori sulle vite di Stefano, Federica, Bruno, Alice e il piccolo Ernesto. San Vito, Gabbiano, Preci e i paesini ai margini colpiti dalle scosse sono la cornice di testimonianze vissute in prima persona dall’autore, a passo d’uomo tra alberi, borghi e animali, tessendo una rete tra le varie comunità che con tenacia resistono. Ancora. Cosa c’è oltre il sisma?

L'AUTORE
Matthias Canapini è nato nel 1992 a Fano, Marche (PU). Si occupa di reportage foto-giornalistici muovendosi come freelance collaborando con giornali, portali online, associazioni e ONLUS. Lavora anche come videomaker presso una web tv regionale che si occupa di integrazione e intercultura e tiene spesso incontri, conferenze, mostre in merito ai vari viaggi realizzati finora. Ha viaggiato in Est Europa, Balcani, Caucaso, Turchia e il vicino Medio Oriente documentando tematiche diverse tra loro come i campi sfollati in Siria, le adozioni in Kosovo o l’infanzia in fuga dalla guerra in Ucraina. Tutti reportage di ambito sociale e culturale. Tra il 2015 e il 2018 ha pubblicato Verso Est, Eurasia Express. Voci dai margini, Il volto dell’altro e Terra e dissenso.

Il viaggio è uno dei più grandi miti nella storia della letteratura e dell’uomo stesso, da Ulisse fino a Terzani. Che cos’è per te? E perché il viaggio si concretizza nel passo lento di un cammino?
Credo che il viaggio sia un tuffo nel vuoto. Un po' come la vita stessa, dove non sai mai davvero cosa potrebbe capitarti da un giorno all’altro. Viviamo dentro schemi, progetti e categorie ma da un momento all’altro potrebbe tutto cadere, separarsi, rivisto con gli occhi del poi, come un pellegrinaggio che funge da spartiacque e perdizione. Un viaggio è cambiare forma, diventare altro, comunicare coi gesti, uccidere il tempo, scardinare il vento e seguire la casualità. Un viaggio è fatto di tante cose, a volte spaventose, a volte irrisorie, ma sempre con quella morsa allo stomaco che gratta il cuore. Credo che da un viaggio vero, sofferto, vissuto, non si torna mai felici. Contenti sì, ma felici no. se annusi i margini, le retrovie di un mondo di plastica non c’è scampo alla malinconia. Il viaggio è vita, perché la vita è un viaggio, e pari alla morte, è forse il più bel pellegrinaggio che potremmo mai intraprendere. Ultimamente ho scelto di spostarmi a passo d’uomo per avere maggior tempo, sempre più tempo per guardare il cielo, sentire il corpo che cambia, per osservare gli alberi, la gente e i fiumi, per stendermi, prendere appunti e andare in direzione contraria a una società che ci vuole ciechi e frettolosi. Camminando torni alla terra e a te stesso, e forse è un po' la stessa cosa. Camminando riaffiorano ricordi e paure, e nel silenzio della viandanza non hai scampo, devi affrontare tutto quanto: i rimpianti come le punture di zanzare o le storte. Il cammino è forse il miglior modo per guardare il mondo, confonderti con esso e raccontarlo. I piedi sono una rivoluzione silenziosa e indispensabile.

Il tuo libro “Il passo dell’acero rosso. Alberi, pecore e macerie” si apre con una data, quella del 24 agosto 2016. ti trovavi in Lucania insieme a un paio di amici, sperduto per altri sentieri. Racconti che appena appresa la notizia vi siete diretti con una Panda sgangherata verso Amatrice per aiutare i soccorsi forse o per esserne testimoni, quasi in un gesto automatico e imprescindibile. Perché raccontare il terremoto? E in che modo approcciarsi a una pagina così dolorosa e vicina a noi?
Tutta questa storia comincia realmente in Birmania. A ottobre 2015 mi trovavo da giorni sperduto tra gli altopiani di Kalaw alla ricerca di una delle ultime donne giraffa della zona. Incontrandola nel buio della sua capanna, accerchiato da bambini, maiali e pannocchie, rimasi incantato dalla sua figura atavica, come l’ultimo lembo alieno di una galassia lontanissima e passata, sicuramente in via d’estinzione. La donna si chiama(va) Daw Moe Phout, aveva circa 95 anni e nei giorni che seguirono ripensai costantemente alla sua figura, sentendomi di certo privilegiato per l’incontro. Mi accorsi però di come spesso siamo attrattati dagli angoli di mondo, dal lontano, snobbando il vicino, il sotto casa perché abituale e apparentemente sempre uguale, quasi noioso. Ripensai a mia nonna che all’epoca aveva la stessa età di Daw Moe. Abitava dietro l’angolo, e quando fosse morta capii che come la vecchia birmana, si sarebbe portata via i ricordi della “nostra” guerra, le ricette contadine, i proverbi, le osterie gonfie di vino e calore. Allora tornai a casa, cercando storie lungo l’Appennino, captando le origini, smarrendo la bussola tra bicchieri di vino rosso e organetti, mettendo da parte per un po' l’estero, l’esotico, i confini. Poi è arrivato il terremoto, che come un urlo, una frustata, uno schiaffo mi ha riportato quasi nei luoghi in cui sono cresciuto. La voce della terra ferita mi ha condotto a sé e ho sentito immediatamente l’esigenza di raccontare questa pagina vicina a noi, di immagazzinare testimonianze come memorie storiche, di non lasciare correre via il dramma e la speranza. Per anni sono andato alla ricerca di guerre nel mondo: Siria, Bosnia, Vietnam, Ucraina. Nel cratere ho visto una guerra fatta di feriti, traumatizzati, morti, sfollati e indifferenza, sempre. Non c’erano eserciti in campo, né bombe, né tantomeno armi, eppure era ed è una guerra che ha mietuto un numero altissimo di vittime. Questa volta sotto casa.

Uno dei punti che contraddistingue Il passo dell’acero rosso - e in generale la tua filosofia - è questa visione corale del mondo, come un’unione di voci, di volti e di storie umane e quotidiane.
È come sbrogliare una matassa di fili incastrarti l’un l’altro. Non so mai bene quale storia raccontare delle decine ascoltate in questo ultimo anno e mezzo a spasso nel cratere. La maggior parte sono storie dolorose certo, ma in grado di elargire un’empatia e una speranza inqualificabili. Quando chiudo gli occhi, come un lampo mi balza sempre in mente la storia di Luigi e Oliva, coniugi e proprietari del mitico bar Varnelli di Pievebovigliana. Il vecchio locale è andato pesantemente danneggiato con le scosse ma a ventinove piccoli passetti di distanza, la tenace coppia, insieme alla figlia Caterina, hanno riaperto un prefabbricato - bar dove gli ultimi anziani del paese hanno continuato a incontrarsi, giocare a carte, resistere e anche bestemmiare sia chiaro. Ho chiesto il perché, dopo tutto lo sconforto, le incertezze, la fuga dei locali, loro tre hanno scelto di rimanere là, a condire braciole e preparare caffè per un pugno di paesani. "Perché se anche l'ultimo bar dovesse chiudere - hanno detto -, la comunità del posto morirebbe e con essa tradizioni, feste, lo stare assieme". Intuisci che in alcuni luoghi ai margini, malgrado la desolazione del mondo odierno, resistono rare brigate solidali che vivono e pensano ancora a livello collettivo, non unilaterale.

Parlavamo in apertura di personaggi mitici, di Ulisse appunto. Ogni Ulisse ha la sua Itaca, la tua è Fano? Quanto è importante il ritorno? È difficile tornare, carichi di storie profonde e a volte tragiche negli occhi e nell’anima e vedere qui una normalità protetta, che prosegue con la sua quotidianità?
Più che tornare a Fano, è importantissimo per me tornare nelle Marche. Quando sono in viaggio, per medi o lunghi periodi, sento la mancanza dei nostri monti, del nostro dialetto, delle nostre feste rurali, dei fiumi. Il ritorno è importantissimo per svuotare la mente dalle immagini viste e dalle storie (forse) metabolizzate. Ritornare è farsi cullare dalle radici, ma il ritorno ha un valore molto più profondo, che è quello di incontrare gente, presentare i libri e mostrare fotografie, sensibilizzare e condividere l’idea che ovunque vada non vedo numeri, statistiche come vorrebbero inculcarci, ma persone con un volto, un nome, una storia da rispettare e conoscere, per non cadere nel pregiudizio, nella paura, nel razzismo insulso. Le immagini che vedi in viaggio non ti mollano mai, dal mattino alla sera ti chiedi che fine abbiano fatto alcune persone, se sono ancora vivi, cosa pensano, e capisci quanto ci lamentiamo per un nulla, quanto siamo fortunati, quanto poco basta per essere felici: salute, cibo, acqua, riparo, contatto umano. Dunque, sì, certamente è difficile tornare alla “normalità”, ma non avrebbe senso per me andare, ascoltare e poi non tornare, altrimenti quei mondi lontani andrebbero inevitabilmente smarriti. Credo che le storie abbiano il potere, ancora, di unire le persone e il cammino può fungere da meditazione ambulante sul significato dell’esistenza, sia individuale che collettiva.

Un viaggiatore è sempre in movimento, per cui la curiosità è verso il futuro: hai altri progetti di cui vuoi occuparti o di cui ti stai già occupando?
Tra pochi mesi vorrei finalmente concludere il libro inerente ad un progetto sul rugby in Italia! Da due anni, insieme a Chiara, un’amica fotografa, sto raccontando i temi del nostro tempo come carcere, omofobia, migrazioni, disabilità eccetera, tramite la palla ovale. Quindi l’intento è chiudere questo progetto entro breve, ma nel frattempo, un mese fa circa, ho cominciato in punta di piedi un lunghissimo progetto mirato a raccontare le principali rotte dei migranti in Europa, spostandomi sui confini della penisola ricercando quei luoghi in cui l’umanità in questione si ammassa cercando una vita migliore, rimanendo schiacciata tra burocrazia, controlli e frontiere bastarde. Ho cominciato da Ventimiglia, Claviere, ma conto di spostarmi presto a Treviso, Trento, Como, Lampedusa e man mano tornare sul confine siriano, i Balcani … chissà! Come detto inizialmente, credo che il viaggio, così come la vita, sia un tuffo nel vuoto. Intanto respiro, conto di concludere la giornata e andare a dormire. Domani vedremo che ci aspetta! Buona strada a tutti e tutte!


Matthias Canapini presenterà il suo libro per la prima volta il 10 luglio alla Mole di Ancona per la rassegna Una mole di Carta, l’11 luglio sarà a Fano al Bastione Sangallo all’interno della rassegna Mercolibrì e il 12 luglio agli Orti Giulii di Pesaro in occasione dello Zoe Microfestival. Il 21 luglio prenderà parte a Ville e Castella.







Questa è un'intervista pubblicata il 03-07-2018 alle 15:35 sul giornale del 04 luglio 2018 - 779 letture

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