Bussi, rivelazioni-shock su ‘Il Fatto Quotidiano’. Due giudici popolari: ‘Mai letto atti’

5' di lettura 13/05/2015 - A quasi 5 mesi dalla sentenza con cui la Corte di Assise di Chieti ha assolto i 19 imputati alla sbarra per la cosiddetta ‘discarica dei veleni’ di Bussi sul Tirino, si apre un nuovo capitolo di una vicenda che ha già sconvolto l’opinione pubblica abruzzese.

A scatenare un vero e proprio ‘terremoto mediatico’ in questo caso sono le clamorose rivelazioni fatte da due membri della giuria popolare a Il Fatto Quotidiano. Come riportato dal quotidiano diretto da Marco Travaglio, le due signore – che hanno chiesto di mantenere l’anonimato – sono tra i 6 giudici della Corte d’Assise che lo scorso 19 dicembre ha emesso la sentenza.

Come si legge nell’articolo (disponibile a questo link), nel processo che vedeva alla sbarra un gruppo di tecnici e dirigenti della Montedison chiamati a rispondere di disastro ambientale ed avvelenamento delle acque, i due giudici riferiscono di avere subito pressioni, e questo avrebbe impedito loro di pronunciarsi con ‘serenità’ sulla questione. Il processo si chiuse con l’assoluzione di tutti gli imputati dal reato di avvelenamento delle acque, mentre l’accusa di disastro ambientale fu derubricata dalla Corte in disastro colposo (link articolo).

Riportiamo un estratto dell’articolo pubblicato mercoledì 13 maggio sull’edizione online de Il Fatto Quotidiano:

“No non ero serena”. Gli occhi sono lucidi. “Non ero serena quando ho emesso la sentenza per la discarica di Bussi”. La signora si tortura le mani. “Capivo l’importanza di questa sentenza, sono stata sorteggiata, ho preso tutto molto seriamente, certo con i miei limiti, con le mie conoscenze giuridiche, ma io in questa sentenza, soprattutto nelle sue motivazioni, proprio non mi riconosco”. “Neanche io ero serena”, dice l’altra signora, “ma le dico di più: non abbiamo mai letto gli atti del processo”. (...) sebbene non vi fossero imputazioni per omicidio, l’idea che i giudici popolari non abbiano letto neanche gli atti, stride davvero parecchio. “Sembrava potessimo vedere le carte ma poi non se n’è fatto più niente”. “Mai letti”, ribadisce la prima, “ci abbiamo provato, li abbiamo chiesti, in un’occasione sembrava potessimo vederli, ma poi non se n’è fatto più niente… Nessuno ce l’ha negato, ma alla fine, questi atti, non li abbiamo mai letti”. (...) Il Fatto Quotidiano è riuscito a ricostruire, parlando con i giudici popolari, quel che accadde il 19 dicembre e nei giorni precedenti. “Siamo disposte a confermare tutto dinanzi ai giudici – rivelano le donne – se un magistrato ci chiama racconteremo la nostra verità”. Secondo la loro versione, innanzitutto, i giudici popolari non hanno letto un solo atto del processo. “Ci siamo rifatte alle slide viste in udienza e alle parole sentite in aula”. Ma c’è di più. (...) La sentenza fu emessa alle 17 e le cronache raccontano di una seduta durata circa cinque ore. “In realtà – ci spiegano – appena ci siamo riuniti abbiamo ordinato il pranzo. Dopo aver pranzato abbiamo iniziato a discutere del più e del meno, di vacanze e viaggi, finché, dopo un bel po’ di tempo, abbiamo iniziato ad affrontare la decisione”. “Abbiamo aspettato che arrivassero le cinque, ma della sentenza non abbiamo discusso tutto il tempo”, conferma un’altra giudice. Le cronache raccontano anche che la decisione è stata presa all’unanimità. “Nella sostanza è andata così – dicono entrambe – ma in realtà noi eravamo su un’altra posizione. Non avremmo voluto derubricare il dolo in colpa. Eravamo in linea con la posizione dell’avvocatura dello Stato: eravamo in quattro giudici popolari su quella posizione. E io sono tuttora convinta che vi sia stata la consapevolezza di inquinare”. Avete votato contro? “No – ci rispondono – perché non v’è stato alcun voto. Nessuno ci ha chiesto di votare individualmente. La seduta s’è conclusa con la domanda: ‘Siamo tutti d’accordo?’. Nessuna di noi ha più obiettato. Avevamo capito che la prescrizione sarebbe intervenuta. Ma non abbiamo più replicato. Ed è finita così”. Il punto, però, è che le giudici sostengono di non essere state serene nel loro giudizio. E che proprio quest’assenza di serenità è il motivo che le ha spinte a non opporsi più di tanto alla derubricazione da dolo in colpa. Per capirlo – stando sempre alla loro versione – bisogna fare un salto indietro di tre giorni. (...) Il 16 dicembre, alcune delle sei giudici popolari, cenano insieme con il presidente della Corte d’Assise, Camillo Romandini, e il giudice a latere, Paolo di Geronimo, in un locale pubblico di Pescara. È un incontro conviviale, a poche ore dalla sentenza e, nell’occasione, tra una portata e l’altra, si discute del processo. “Durante la cena dico: per me il dolo c’è – racconta una delle giudici – e non ero l’unica”. “A quella cena c’ero anche io – conferma un’altra giudice – e anche io sostenevo che, per me, il dolo c’era”. “Noi la cena l’abbiamo organizzata proprio perché volevamo discutere del dolo – aggiunge l’altra – anche perché non eravamo riusciti a leggere nessun atto…”. “In realtà ci era stato già spiegato che non potevamo condannare per dolo… – continua l’altra – volevamo però capire perché il dolo non c’era…”. E qui arriva il punto più controverso della ricostruzione. “Il giudice Romandini ci ha spiegato che, se avessimo condannato per dolo, se poi si fossero appellati e avessero vinto la causa, avrebbero potuto citarci personalmente, chiedendoci i danni, e avremmo rischiato di perdere tutto quello che abbiamo…”. La norma sulla “rivalsa” per i giudici popolari, in realtà, prevede una fattispecie ben precisa: “Rispondono soltanto in caso di dolo” oppure di “negligenza inescusabile per travisamento del fatto o delle prove”. E sia l’accusa, sia l’avvocatura dello Stato, contemplavano il dolo di alcuni imputati nel processo. Abbastanza difficile, insomma, che la resposnabilità ricadesse sui giudici popolari. Eppure così è andato – in base alle ricostruzioni raccolte da Il Fatto Quotidiano – il processo alla mega discarica di Bussi. (...)

L’articolo completo è disponibile a questo link






Questo è un articolo pubblicato il 13-05-2015 alle 12:49 sul giornale del 14 maggio 2015 - 599 letture

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