Royal Affair: ultimo appuntamento a 'Scrivere con la luce'

24/04/2014 - Ultimo appuntamento per la rassegna 'Scrivere con la luce' edizione 2014, dedicata a 'I colori dell'anima, le intermittenze del cuore', una sinergia unica, che si realizza quando il cinema incontra la letteratura e l'arte.

Giovedì 5 giugno alle ore 21.00 è in programma il film Royal Affair, di cui proponiamo una ampia recensione a cura di Vincenzina Pace, curatrice della rassegna.

Organizzato dalla Biblioteca comunale e dall’Istituto comprensivo di San Giovanni Teatino (CH), in collaborazione con l’associazione culturale “Tu...sei Arte”, il Cineforum dà appuntamento a tutti gli appassionati presso i locali della biblio-ludoteca comunale in piazza San Rocco a Sambuceto.

Gli incontri sono presentati dalla Prof.ssa Vincenzina Pace che, dopo la visione del film, illustrerà il rapporto tra testo letterario e trasposizione cinematografica attraverso l'analisi dello stile, l'autore e il contesto storico e cinematografico. L'ingresso è libero.



Royal Affair - Cineforum Scrivere con la Luce (di Vincenzina Pace)

Quando la meschina mediocrità degli uomini si coniuga con l'esercizio del potere- e ancor più con l'ambizione di arrivare ad esercitarne almeno un po' - la miscela dei "vizi umani e del valore" che ne deriva e che quel racconto delle grandi trasformazioni che è la Storia ci butta davanti non può che renderci sbigottiti testimoni di tragedie feroci. L “affare reale” che ci racconta il film di N. Arcel accadde in Danimarca, dove “Il 5 aprile 1768 Johann Friedrich Struensee fu assunto quale medico personale del re di Danimarca Cristiano VII, e quattro anni più tardi fu giustiziato”. Inizia proprio con queste due righe fulminanti la storia che lo scrittore svedese Per Olov Enquist ricostruisce ne Il medico di corte, il romanzo da cui il regista danese Nikolaj Arcel ha sceneggiato e diretto The Royal Affair. Una storia vera, dunque. Ed è un dato che non dovremo dimenticare.

Perché questo non è un filmone storico. E’ piuttosto un film sul potere. Sulla rabbia velenosa del potere che sempre cerca di sottrarsi alla giustizia e impedire il cambiamento. Infangando e damnando memoriae chi osa metterlo in discussione. Usando la forza delle folle e l’intimidazione violenta. Sulla dominazione religiosa come veicolo per tenere un popolo nell’ignoranza e nel silenzio, sulla dimensione teatrale di un potere che costringe chi lo esercita a indossare infinite maschere e a recitare ruoli assai sgradevoli , sulla paura dello straniero e sulle costrizioni sociali come ostacolo strutturale alla libertà individuale. Sono questi i temi su cui il film obbliga a interrogarsi , perché, fatti i dovuti distinguo, in tutto questo i tempi non sono cambiati. La Danimarca fa i conti con i suoi fantasmi e ci racconta questa parte del suo marcio dalla fine. E’ la regina stessa, Caroline Mathilde, che dall’esilio scrive ai figli che le sono stati sottratti per raccontare loro la verità.

E la verità è che lei, la sorella di Giorgio III d’Inghilterra, si era resa conto fin dal suo arrivo in Danimarca nel 1766 di quanto suo marito, Cristiano VII, fosse “strano”. Infatti, benché fosse un ragazzo sensibile e intelligente, era anche mentalmente instabile, frequentava i postriboli e aveva frequenti scoppi di violenza, perché era diabolicamente mantenuto ai limiti della pazzia dai pupari dell’ambiente pietista e retrivo della corte, la regina madre Juliane Marie, che mirava a piazzare sul trono il proprio figlio, e il potente ministro Guldberg, il quale, Bibbia alla mano, fino alla fine, avrà orrore come della peste che le aperture illuministe di quel giovane re in contatto epistolare con Voltaire possano minare i privilegi del clero e della nobiltà.

Dopo la “dovuta” nascita dell’erede, Frederick, la giovane regina rischia di assumere un valore maggiore agli occhi del re e del popolo e allora le vengono tolti perfino i suoi libri, troppo “moderni”, tanto per farle capire quali sono i rapporti di potere in quel “folle manicomio” che è la corte, come lei stessa la definirà, mentre Cristiano continua a dedicare il suo tempo alle rappresentazioni teatrali, a “giocare” col paggetto nero che viene dalle colonie, e ai postriboli e ha sempre più frequenti accessi di ira. Proprio dopo l’ennesima manifestazione di violenza due nobili spiantati che mirano a rientrare nelle grazie del re riescono ad affiancargli un medico di campagna, Johann Friederich Struensee, un illuminista di Altona, piccola città sul mare del Nord, vicino ad Amburgo, territorio che allora era danese e sulle cui colline si diceva che avesse trovato rifugio Rousseau. Era il 1768 e l’Europa era già attraversata dal vento illuminista che stava per abbattere il feudalesimo incarnato dalla monarchia francese.

Rantzau e Brandt credono di poter usare Johann perché lo ritengono un innocuo idealista pavido, “un sentimentale, un San Francesco tra i poveri di Altona”. Lo convincono prospettandogli di poter finalmente tradurre le sue teorie nella realtà. E’ così che inizia la prima rivoluzione illuminista d’Europa. Struensee il taciturno conquista la fiducia di Cristiano fin dal primo incontro, attraverso un duello di citazioni shakespeariane rivelatore, per lo spettatore attento, del carattere di entrambi. Riesce a calmarlo semplicemente ponendosi alla pari davanti a lui e capisce che più che follia la malattia del giovane re è quella stessa in agguato dentro ognuno di noi, la disperazione di non poter essere liberamente ciò che si vuole.

Amorevolmente lo rassicura e attraverso la sua sincera amicizia il re comincia a fare davvero il Re. Prevedibile l’apprensione, il crescente odio di chi invece ha interesse a mantenere quel. vuoto di potere che garantisce tutti i più torbidi maneggi personali. Emblematica e commovente insieme la dichiarazione con cui il Re davanti al Gran Consiglio inaugura la collaborazione con Struensee dichiarando di voler “eliminare la merda” dalle strade di Copenaghen!

A Struensee pian piano Cristiano delega tutta l’attività politica e in pochissimo tempo Struensee firmerà 632 decreti di stampo illuminista che senza alcun spargimento di sangue, senza terrore faranno della Danimarca il Paese più avanzato d’Europa. Forse è anche in questo passato che trova radici la Danimarca di oggi. Dalla vaccinazione obbligatoria contro il vaiolo a un primo abbozzo di sanità pubblica, dalla libertà di pensiero, di stampa e di culto al progetto di eliminare la servitù della gleba, osando mettere in discussione le rendite nobiliari.

Ma “La consapevolezza irrompe nella tua vita, anche se non l'avevi cercata. Proprio come l'amore” (La rosa tatuata, T. Williams). Struensee si innamora ricambiato della regina, che con lui condivide gli ideali, il senso di isolamento e il giudizio sulla corte danese. E’ un amore impossibile da non vivere, che rende entrambi consapevoli che “sacro è quel che il sacro fa, che l’uomo è la somma delle sue scelte e !delle sue azioni, il sogno delle sue possibilità”. Quando da quell’amore nasce una figlia, Luisa Augusta, il conservatorismo religioso del consigliere teologo Guldberg e della regina madre e il loro odio per il tedesco e la piccola inglese, gli “stranieri” ,troveranno l’arma che aspettavano per la loro vendetta.

Struensee è troppo puro, e quando rifiuta un provvedimento ad personam per rimpinguare le tasche del vecchio ex amico Rantzau questi unirà il suo rancore ai biechi intrighi di palazzo e così, viene alimentato il sospetto che “il medico e la perfida inglese” vogliano avvelenare il re. Viene portata la folla ad assalire il palazzo e il 21 febbraio del 1772 Johann Freiderich Struensee viene arrestato, mentre a Caroline Mathilde vengono sottratti i figli (la piccola ha 10 mesi, il grande ha solo 4 anni) prima di essere esiliata, praticamente agli arresti domiciliari nel castello inglese di Celle nell’Hannover . La guerra con l’Inghilterra è scongiurata, la ragion di Stato è salva.

“Aveva vissuto 4 anni. Anche meno, in realtà. Tutto era cominciato al teatro di corte, quando si era decisa e l’aveva baciato. Non era la primavera del 1770? Voleva dire che aveva vissuto solo 2 anni. Come si faceva in fretta a crescere. Come si faceva in fretta a morire.” Lui viene torturato e costretto a firmare una confessione di adulterio, il castello dove lui e Caroline avevano vissuto la loro brevissima stagione viene bruciato. Il 28 aprile 1772 gli viene fatto credere che il re gli ha concesso la grazia, mentre al re viene fatto credere che il suo amico verrà salvato.

Invece viene portato sul luogo dell’esecuzione e ucciso mediante squartamento, subito dopo Evenoldt Brandt e lì, sul patibolo, davanti alla folla, si rammarica di non essersi fatto realmente conoscere da quella gente a favore della quale aveva operato. Ma mentre la sua testa cade sotto la pioggia, la gente si alllontana “come se ne avesse avuto abbastanza, come per dire: no, non era questo che volevamo”. E Guldberg dalla carrozza capisce che se la gente non aveva applaudito ma era fuggita, allora forse, il tempo di Struensee non era finito. Che “la testa era stata recisa, ma le idee erano rimaste”.

Cristiano continuerà ad essere il re folle mani dei burattinai. Malata, Caroline morirà, probabilmente avvelenata, a soli 23 anni. Anni dopo,quando sono ormai grandi, i suoi figli ricevono la lettera che la madre scrive loro all’inizio del film e che segnerà la rinascita del Paese. E’ il 1784 quando Frederick, figlio di Cristiano VII e Caroline Mathilde, rovescia Guldberg e diventa re di Danimarca. Regnerà, amatissimo, per 55 anni, e tra i suoi primi provvedimenti ci sarà il ripristino di tutti i decreti illuministi dell’uomo che aveva tanto amato sua madre.

Sulla narrazione di Enquist, asciutta e ritmata da precisi riferimenti ai documenti storici che restituiscono la psicologia dei personaggi attraverso il giudizio del lettore che scopre il dolore della storia, Nikolaj Arcel scrive un film avvincente, elegante e profondo, il cui pregio più grande, al di là della ricostruzione minuziosa ma mai leziosa dei costumi e della scenografia e della fotografia calda e luminosa, è proprio la recitazione di un cast eccezionale, sconosciuto o quasi in Italia, che ci restituisce quella medesima scoperta e quel medesimo giudizio.

Tutti gli attori meritano il plauso perché costruiscono nello spettatore una commozione sinfonica: dallo splendido, magnetico Mads Mikkelsen, che incarna tutta l’umanità e le contraddizioni di Johann Friederich Struensee, al bravissimo esordiente Mikkel Boe Folsgaard, premiato con l’Orso d’oro al Festival di Berlino per aver saputo far intuire la pena dello psicotico e fragile re Cristiano, amletica vittima della “diseducazione” perfida di chi avrebbe dovuto amarlo e consigliarlo, alla svedese Alicia Vikander, intensa Caroline , a David Dencik e la danese Trine Dirholm , maschere perfette dei cattivissimi Guldberg e Juliana Marie.

Una commozione che attraversa la geografia dei sentimenti e dei gesti, e, sostenuta da una fotografia dalla luce intima e calda non dimentica del paesaggismo inglese del ‘700 né della morbida melanconia del romanticismo dell’800 tedesco, tiene, per tutte le due ore e oltre.


Per maggiori informazioni sulla rassegna, cliccare qui.





Questo è un MESSAGGIO PUBBLICITARIO - ARTICOLO A PAGAMENTO pubblicato il 24-04-2014 alle 19:26 sul giornale del 26 aprile 2014 - 739 letture

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